Elezioni chiave in Etiopia: intervista a Tiziana Greco, Rappresentante Paese

L’Etiopia non sta attraversando una crisi senza precedenti. L’attuale crisi alimentare e sociale che mette a repentaglio la vita di milioni di persone ha numerosi precedenti. Il Mondo era già rimasto scioccato quattro decenni fa, quando fra il 1983 e il 1985 la carestia alimentare in Etiopia ha ucciso 1.2 milioni di persone, costringendone 400mila a lasciare il paese. Lo shock non è però sufficiente ad evitare che la storia si ripeta, nuovamente come tragedia. Oggi, mesi di conflitto nella regione settentrionale del Tigray hanno portato alla distruzione di raccolti e centri sanitari, impossibilitando la popolazione locale all’accesso a cibo e acqua. Davanti ad un simile scenario, diventa imperativo un pronto ed efficace intervento umanitario.

Oggi il popolo etiope è chiamato al voto per eleggere i deputati che designeranno il Primo Ministro. In questa delicata fase di transizione, abbiamo parlato con Tiziana Greco, agronoma e Rappresentante Paese per il CEFA in Etiopia, per cercare di comprendere in questo clima elettorale, l’attuale crisi a 360 gradi che costringe la popolazione etiope all’insicurezza alimentare, a un mercato del lavoro fragile, ed infine alla fuga.

La soluzione alla crisi alimentare sarà sicuramente una delle prime sfide del nuovo governo. Qual è il rapporto delle organizzazioni umanitarie con i governi locali?

Qualche mese fa l’autorità governativa che coordina e dirige le nostre attività e quelle di tutte le organizzazioni non governative nel paese ci ha invitati ad una conferenza nella quale ci è stato detto che la crisi era finita, c’era la pace e si poteva entrare in Tigray. C’è tutta una serie di procedure lunghe e complicate però, e lo sappiamo tutti che in Etiopia è difficile per noi lavorare. Di conseguenza anche una visione chiara è difficile da ottenere. In merito alle elezioni, ci è stato comunicato che in alcune regioni verranno nuovamente posticipate, a causa di una serie di errori commessi durante le procedure di iscrizioni alle liste elettorali. Non si è però ancora capito se lo spoglio avverrà tutto insieme o in due tappe, perché farlo in due tappe sarebbe contro i criteri di metodologia corretta per lo svolgimento di elezioni. Siamo in un quadro estremamente anti-istituzionale. Per quanto riguarda la sicurezza, le Nazioni Unite avevano divulgato già da tempo i bollettini con la segnalazione delle zone più a rischio dove si concentrano popolazioni diverse ed ostili una all’altra. Sicuramente ci sono dei fattori tradizionali. Ma ci sono anche delle istigazioni da parte di vari elementi. Soprattutto ci sono moltissimi gruppi paramilitari che pescano nella povertà e nella mancanza di prospettive dei giovani.

Da quanto sta andando avanti l’attuale crisi e come sta rispondendo il paese all’emergenza?

La crisi è una delle tante conseguenze della guerra. Si tratta di un modello che si ripete sempre dopo le guerre e non deve arrecare nessuno stupore. Nessuno poteva non immaginarselo. Il meccanismo è semplice: innanzitutto le guerre come sempre fanno scappare la gente dai villaggi, lasciando i campi   senza colture. Poi i soldati, forze straniere ed ostili, saccheggiano. Nel caso specifico del Tigray ci sono stati esodi massicci di rifugiati in Sudan. Se manca la popolazione rurale perché viene spinta a fuggire, e i loro raccolti vengono distrutti di conseguenza, è evidente che la carestia è la conseguenza assolutamente scontata.

Qual è stato però il peso del fattore-umano nella genesi di questa crisi? E quale invece quello naturale?

È chiaro che tutto il mondo è sconvolto dal cambiamento climatico. Di fatto però io non credo che la stagione stia correndo particolarmente avversa come condizioni climatiche alle produzioni agricole. La stagione delle piogge comincia adesso e per avere una statistica per vedere se il decorso è nella norma bisogna aspettare e vedere come si consolida. Attribuire unicamente al clima le ragioni di questa crisi è la soluzione più facile, ma evidentemente non può essere solo così.